Bulldozer negli abissi marini, necessario tutelarli

Science pubblica la proposta di tutela degli abissi marini

Comunicati stampa dell'8 Febbraio 2017

Aumentando l'esplorazione e lo sfruttamento industriale dell’ambiente degli abissi marini per reperire una vasta gamma di risorse - dal petrolio ai minerali -  aumentano anche le conseguenze sull’eco-sistema.  Un gruppo internazionale di ricercatori, coordinati da Roberto Danovaro, Professore dell'Università Politecnica delle Marche, ha formulato una proposta di tutela degli abissi, pubblicata su Science.

 

RISORSE LIMITATE - Non è futuristico pensare di trovare le risorse che ci servono non solo nel terreno ma anche negli abissi marini.  Presto il 50% del petrolio sarà estratto dagli ambienti profondi con i relativi rischi ambientali, basti pensare all’incidente  della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel 2010 che ha portato ad uno sversamento massiccio di petrolio nelle acque del Golfo del Messico. Non solo il petrolio, gli abissi marini sono ricchi di altre risorse, come l’indio un minerale prezioso per produrre touch-screen dei nostri smartphone e tablet.  Il pianeta mare ci fornisce ossigeno, minerali e gas che non possono essere prodotti dall’uomo. La gran parte di questi elementi è fornita dagli oceani in primis quelli profondi. Il problema delle materie prime limitate si fa sempre più forte in un mondo in esplosione demografica e in questo contesto gli abissi sono il nuovo far west perché ricchi di queste materie  e nel contempo “luoghi di nessuno” privi di una regolamentazione:  il 50% del pianeta è al difuori delle organizzazioni internazionali. Nel mare di  nessuno non ci sono leggi che valgono. Esiste una autorità internazionale per i fondali oceanici, l’International Sea-bed Authority  (ISA), che attualmente ha il compito di fornire concessioni. Ciò che ancora manca è uno strumento di raccordo internazionale per la ricerca e la gestione di questi ambienti.

 

TRATTATO PER LA TUTELA DEGLI ABISSI MARINI - Ecco che la proposta coordinata dall’Univpm è quanto mai attuale e prioritaria. Innanzitutto sappiamo che gli abissi cominciano ad essere popolati da osservatori abissali, uno di questi è italiano e si trova davanti a Catania, coordinato dall’INGV (decriptare la sigla …) ma ne esistono altri in Europa, in Canada, negli USA e in Cina. Il primo step consiste nel creare delle basi sottomarine da cui far partire dei sistemi robotizzati di studio degli ambienti oceanici per una mappatura dei fondali.  Ad oggi non sappiamo quasi nulla di questi ambienti, quante forme di vita li popolano, ci sono oltre  un milione di specie ancora da scoprire. Lo scopo  è capire come funzionano questi ambienti per non destabilizzarli una volta utilizzate le risorse presenti.  Il secondo step è creare un'organizzazione internazionale per gli ambienti marini profondi, compresi tra i 200 metri e gli 11.000 metri, sotto il cappello delle Nazioni Unite per rendere questo ambiente di tutti. Il processo potrebbe essere simile a quello per l’Antartide per la condivisione della responsabilità e la gestione dell’ecosistema.  USA,  Giappone,  Russia,  Francia,  Germania, Inghilterra e Belgio stanno già chiedendo autorizzazioni per andare a sfruttare alcune aree negli abissi del Pacifico, l’Italia non fa ancora parte della partita. Il terzo step mira ad avere una piena conoscenza dei costi di recupero per pianificare la fase successiva all’utilizzo delle risorse. Attualmente ci sono dei veri e propri buldozer, grandi come una palazzina, che si muovono negli abissi . In questo senso l’Univpm coordina un progetto all’interno di Horizon 2020 dal titolo “Merces” Marine Ecosystem Restoration in Changing European (www.merces-project.eu) sul restauro degli ambienti marini, inclusi i mari profondi, e che ci permetterà di avere una idea precisa di come e quanto costa il restauro di questi  ambienti.

 

VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=r8EOHplsGvc

 
 
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Ultimo aggiornamento: 15-02-2017

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